L’immagine

UN’IMMAGINE E UN NOME

Sulla strada che da Napoli conduceva a Somma Vesuviana, in aperta campagna, nel luogo ove ancora oggi veneriamo la sacra immagine, vi erano i resti dell’antico acquedotto romano. Esso fu costruito dall’imperatore Augusto per rifornire d’acqua le città di Napoli, Cuma, Capo Miseno e Baia. L’acquedotto, partendo dalle sorgenti del Serino, in Irpinia, formava nella zona tra Somma e Pomigliano un pontecanale, e i luoghi attraversati dall’acquedotto ne traevano da esso specifico riferimento urbano. L’intero territorio era identificato con il nome di “Arcora”, e molti paesi, come Pomigliano d’Arco, Mariglianella d’Arco e Tavernanova all’Arco, contrade, masserie e terreni si distinguevano in “extra” o “infra” Arcora. Dalle notizie storiche raccolte sappiamo che già nel V secolo l’acquedotto risultava in stato di abbandono e i poveri contadini della zona ne usavano il materiale per la costruzione delle loro abitazioni. L’arco su cui è affrescata l’immagine della Madonna era un punto di riferimento per i viandanti che affollavano questa strada, in quanto era affiancato da due cisterne che, rifornite d’acqua dal custode, davano possibilità di ristoro. Una volta dismesso l’acquedotto e le cisterne non furono più fornite d’acqua, l’arco rimase lì ad offrire riparo dalle intemperie o dalla calura ai contadini, ai viandanti e ai pastori con il loro gregge. Le due cisterne si conservano ancora integre sotto il pavimento dei transetti del Santuario.

È in questo luogo che tra la fine del 1300 e gli inizi del 1400, forse su commissione dei Monaci Benedettini dell’Abazia dei Santi Severino e Sossio, proprietari dei terreni “al di qua e al di là” del pontecanale, nel complesso della grande masseria “La Preziosa”, venne dipinta l’immagine della Madonna col Bambino che i viandanti chiamavano Madonna dell’Arco.

L’affresco misurava cm. 200 in altezza e cm. 180 in larghezza, unico esemplare di edicola sacra di tali dimensioni conosciuto in Campania. Si può però affermare che l’autore della sacra immagine era esperto nell’arte e dotto nella descrizione. Dell’affresco originale restano l’aureola, la corona e parte degli angeli che la reggono, la prospettiva dello schienale del trono e ciò che fa da sfondo sul lato destro dell’affresco: quattro archi di acquedotto con due torri che si innestano nel monte, descrizione del pontecanale che attraversava tutto il territorio, e uno striminzito e nudo albero segno delle eruzioni del Vesuvio che rendeva arida la terra circostante. Ignoto ne è l’autore, sebbene il Celano ne attribuisce la paternità a un certo Tesauro. Ma di pittori con questo cognome ne esistono due: Filippo, vissuto tra il 1200 e il 1300 e Bernardo verso il 1460. Tutti e due potrebbero essere gli autori dell’affresco: il primo del dipinto originale e, forse, il secondo del restauro effettuato subito dopo il primo miracolo forse per abbellire l’originaria immagine ormai meta di tanti devoti. Sappiamo che negli anni l’affresco ha subito diversi ritocchi per cui, sebbene nel suo insieme resti la medesima, la descrizione che ne fa il Dominici ci fa capire tuttavia che qualche cambiamento è stato effettuato nel corso degli anni.

Nel 1608 padre Arcangelo Domenici, primo cronista della comunità domenicana così descriveva l’immagine: “Questa divotissima immagine della Madre di Dio sta dipinta in muro, che con la man sinistra teneramente abbraccia il suo Sacratissimo Figliolo, il quale con la mano destra stringe un pomo: la cui dolcissima madre mostra l’età d’una giovane fanciulla di diciotto anni circa, ed è agli occhi di tutti devota, graziosa e bella, tirando più presto al chiaro e bianco che al nero e oscuro… par che stia a sedere sopra una sedia, secondo alcuni, ma secondo altri pittori siede sopra una meravigliosa nube. Né è da passare con silenzio la proprietà singolare di questa sacratissima Immagine, avendo un’attrattiva mirabile di modo che rapisce i cuori delle persone che la risguardano, anzi secondo i tempi par che si mostri allegra e malinconica e da qualsivoglia parte e in qualsivoglia modo si risguardi, essa con occhio grazioso e vago vi mira, e ferisce né mai vi saziate di vederla e di mirarla”.

Nel lodevole ma improvvido desiderio di racchiudere l’immagine tra i preziosi marmi dell’odierno tempietto, disegnato da Bartolomeo Picchiatti nel 1621, non furono lievi i danni causati per ridurre le dimensioni del pilastro, come testimoniato dal braccio destro della Madonna, dalla posizione della mano sinistra e dalle innumerevoli tavolette votive del 1600. Se pur a noi oggi è possibile vedere solo un terzo dell’affresco originale, all’occhio non sfugge la bella ed armoniosa fattura della mano che lo dipinse, con l’attacco del collo alla maniera greca, elegante e nobile cosi come comune nei dipinti dell’epoca.

Cosi come scriveva il padre Raimondo Sorrentino nel 1931 nel suo libro “La Madonna dell’Arco”: “Ma, sia quel che si voglia, noi chiniamo la fronte e ringraziamo Iddio che, servendosi delle umane vicende, ha fatto che la Madre fosse invocata da un titolo cosi caro al nostro cuore. Non è Ella l’acquedotto delle divine grazie? Non è Ella l’Arco celeste di ogni promessa divina? Non è Ella forse il rifugio di quanti sono tormentati dalle tempeste della vita? Il titolo che venne a Lei attraverso le circostanze terrene, suona così bello e all’unisono con la nostra fede e con la nostra speranza, è così pieno di ricordi della sua bontà materna che ci è caro e riempie l’anima nostra di tenera e filiale devozione”.