I miracoli

Il primo miracolo: L’Immagine sanguina

Il culto alla Madonna dell’Arco trova la sua origine in quel 6 aprile del 1450, Lunedì in Albis.

Intorno all’edicola della Madonna, situata nelle campagne fuori la porta d’ingresso alla vicina città di  Sant’Anastasia, la gente del luogo era solita ritrovarsi per le scampagnate fuori porta. Il 6 aprile del 1450, appunto, in occasione della Pasquetta, molta gente si era radunata intorno all’edicola votiva e trascorreva il tempo tra la consumazione del pasto con canti, danze e giochi. C’erano quel giorno due contadini che giocavano a pallamaglio, antico gioco di origine italiana e francese, antenato del cricket e del golf, che consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, facendo in modo che la palla andasse più lontana di quella lanciata dall’avversario. Uno di questi due contadini, originario di Nola, lanciò con gran forza la sua palla e, se questa non fosse finita contro l’albero di tiglio che ombreggiava l’edicola, avrebbe vinto la partita. Irato per la perdita, bestemmiò più volte la Madonna e raccolta da terra la palla di legno la scagliò con violenza contro il volto della Madonna, colpendola alla guancia sinistra. Subito l’immagine come “fosse viva carne” si coprì di sangue.

Tutta la gente si radunò intorno all’immagine, rimanendo stupita sia dall’ignobile gesto che dall’evento prodigioso che si stava realizzando davanti ai loro occhi. Tutti gridarono al miracolo e, ripresisi dallo stupore, decisero di far giustiziare il colpevole. Raimondo Orsini, conte di Sarno, Gran giustiziere del Regno e comandante della Compagnia delle Guardie contro i banditi, richiamato dalle urla della gente, corse sul luogo e appurato il miracolo, derivato da quel riprovevole gesto, con sommario e immediato processo condannò e fece impiccare il contadino all’albero di tiglio. Il Domenici racconta che lo stesso albero nelle successive 24 ore seccò, quasi come colpito da maledizione per non voler essere associato alla sorte del contadino sacrilego. Per alcuni invece, la morte per impiccagione del contadino, forse non fu gradita alla Madre di Dio la quale, attraverso quello sconsiderato gesto, volle manifestare la sua presenza materna in questa terra, segno del perdono nei confronti dell’uomo.

La notizia del prodigio si diffuse subito nei dintorni e numerosi fedeli cominciarono ad accorrervi per venerare la prodigiosa immagine e chiedere grazie, portando ad essa fiori, ceri e altri doni.

Da un Atto notarile redatto nel 1638 alla presenza del Vicerè di Napoli, di altri nobili del luogo, del Vicario generale della Diocesi di Nola, di molti sacerdoti, religiosi e laici si apprende che nel marzo di quell’anno l’immagine si arrossò nuovamente di sangue vivo.

Il secondo miracolo: i piedi caduti ad Aurelia del Prete

Nel 1589, a poche centinaia di metri dalla cappella dove si custodiva l’immagine, abitava Aurelia del Prete figlia di Giacomo, che aveva sposato l’8 novembre del 1573 Marco De Cennamo. Di lei si racconta: “Donna diabolica et bestemmiatrice, crudele, di bruttissimi costumi et inimicissima d’ogni bene et consolatione christiana et humana. A questa deformità grande d’anima della meschina correspondeva una horribile bruttezza di corpo”.

Agli inizi del 1589, mentre era intenta a spaccare la legna, Aurelia si ferì ad un piede e si temeva che la ferita potesse degenerare lasciandola storpia. Essa allora fece voto alla Madonna dell’Arco che, se fosse stata sanata, le avrebbe offerto una coppia di piedi in cera. Guarita completamente, si recò a Napoli per acquistare l’ex voto, ma sulla via del ritorno uno dei due piedi le cadde e si ruppe, e irata scagliò anche l’altro per terra “horrendamente bestemmiando”, così come era suo costume.

Il Lunedì di Pasqua dello stesso anno, il 3 aprile, cedendo alle insistenze del marito, si recò con lui pellegrina alla cappella (il marito infatti voleva donare un cero alla Madonna per essere stato guarito da una malattia agli occhi). Aurelia decise di recarsi con lui presso la cappella portando con sé un piccolo maialino legato ad una cordicella per poterlo vendere alla fiera che si teneva in occasione del grande pellegrinaggio del Lunedì in Albis. Nella ressa del mercato il maialino, forse impaurito, scappò dalla corda a cui era legato e Aurelia, imprecando, cercava di riacciuffarlo. Giunse così correndo davanti all’immagine della Madonna dove il marito stava offrendo il suo cero. Presa dall’ira tolse di mano il cero al marito, lo buttò per terra e calpestandolo “ripiena di sdegno e di furore infernale” bestemmiò la Madonna, chi l’aveva dipinta e tutti coloro che erano lì per venerarla. A nulla valsero i tentativi del marito di calmarla, arrivando perfino a minacciarla di aver timore della punizione divina. Nella notte tra la Pasqua e il Lunedì in Albis (21–22 aprile 1590), mentre Aurelia dormiva, senza sentire dolore e senza avvertire nulla, i piedi le si staccarono dalle gambe, uno completamente e l’altro rimanendo attaccato per un piccolo nervo. Era trascorso un anno da quando Aurelia aveva bestemmiato contro la Madonna. Aurelia, il marito e i parenti volevano tenere nascosto l’accaduto e seppellirono immediatamente i piedi in una gabbietta nella campagna. La notizia però trapelò e tutti attribuirono l’accaduto alla volontà della Madonna. Aurelia era stata guarita dalla Madonna che l’aveva salvata dal rimanere storpia ma lei non si era lasciata trasformare dalla grazia ricevuta ed era rimasta una donna cattiva e priva di bontà. Quel miracolo non apprezzato e il successivo cadere dei piedi sarebbe stato per lei il segno per convertirsi ad una vita più giusta e sana. Toccata dalla grazia di Dio, si fece portare su una lettiga davanti all’immagine della Madonna per chiederle scusa delle sue numerose bestemmie e del suo comportamento cattivo e, riconciliata con Dio, morì il 28 luglio del 1590.

Per volere di Giovanni Tommaso di Capecelatro, Cavaliere del Seggio Capuano di Napoli, e del suo amico, Cavaliere Sebastiano Guindazzi, che convinsero l’Arciprete di Sant’Anastasia e rettore del Santuario, don Cesare di Sarno, i piedi di Aurelia furono esposti in una gabbietta, così come ancora oggi possiamo vedere, sull’altare della Madonna, affinché tutti i fedeli che accorrevano richiamati dal gran prodigio potessero vedere il segno che Maria aveva manifestato.

Il vescovo Fabrizio Gallo, temendo che l’accaduto potesse tramutare la fede e la speranza in superstizione, e che l’accaduto passasse come una vendetta da parte della Madonna, per prudenza chiuse al culto la cappella. Ma, dietro l’insistenza dei fedeli,  l’11 maggio 1590 si recò alla cappella e istituì regolare processo per appurare l’accaduto. Furono sentiti come testimoni Marco De Cennamo, marito di Aurelia, il medico curante Francesco D’Alfano, lo speziale Alfonso De Moda, il Cavaliere Capacelatro e altri parenti e vicini di casa. Tutti riportarono al Vescovo quanto Aurelia aveva raccontato ed egli, convintosi del fatto prodigioso, chiuse il processo canonico e riaprì la cappella al culto dei fedeli.

Il terzo miracolo: la pietra spezzata

Al termine della costruzione del Santuario, si pensò di sistemare per bene ed abbellire la venerata immagine della Madonna. Essa, posta all’immediato contatto con i fedeli, era spesso preda dell’esuberante devozione dei fedeli che facilmente ne scalfivano frammenti di muro per ricavarne una preziosa reliquia. Si pensò allora di costruire l’attuale Tempietto, affidandone il progetto all’architetto Bartolomeo Picchiatti. Fu durante i lavori per la costruzione del tempietto che avvenne il terzo miracolo della storia della Madonna dell’Arco, esattamente la notte del 15 febbraio 1621.

Così ne parla il padre Raimondo Sorrentino: “Dovendosi coprire di marmi tutta l’edicola, a lavoro già bene avviato si trovò un ostacolo insormontabile. Nel ridurre al tergo dell’Immagine lo spessore del muro per adattarvi le belle lastre di marmo già pronte, si trovò una pietra vesuviana, più grande delle altre, che occupava col suo volume tutto lo spessore del muro. L’Architetto, sempre presente quando dovevasi demolire o solo toccare parte dell’antica fabbrica, fece adagio e con ogni precauzione a liberare la pietra dalla malta che la rendeva compatta alle altre cercando di non causare guasti o danni irreparabili. Ma con suo spavento dovette subito accorgersi che la cosa era impossibile perché una punta della pietra si protendeva fino all’intonaco su cui era dipinta l’Immagine, in corrispondenza della guancia della Vergine. Si cercò invano di staccarla con ogni precauzione: bisognò smettere all’istante perché ad ogni piccolo sforzo l’intonaco stesso vacillava. Si pensò allora di segarla con lo smeriglio che usasi per le pietre preziose, ma anche questo espediente riuscì vano, perché la durezza della pietra richiedeva uno sforzo che si ripercuoteva sull’intonaco e tutto minacciava di crollare. Il povero ingegnere si vide vinto: tutta la sua opera era vana e lacrime spontanee gli colarono dagli occhi. Intanto nei vani tentativi era trascorso del tempo, ed erano già le quattro ore di notte, e ne l’ingegnere ne i frati sapevano, afflitti e sconfortati, trarsi di là, mirando quell’ostinata pietra che tutto il lavoro rendeva vano, e che pur non si osava toccare. Ad un tratto il Picchiatti ebbe come una improvvisa ispirazione. Si avvicinò alla pietra, ne prese in mano l’estremità sporgente e piangendo implorò:
“Vergine, benchè io sia indegno di qualunque grazia pure ti prego di ricordarti che quanto fo tutto eseguo per tuo onore e gloria! Donami questa pietra, Vergine! Donami questa pietra che tutto ostacola!”.
i frati intorno, commossi, senza parola, pregavano col desiderio e col cuore. Aveva appena finito la preghiera il Picchiatti, quando la pietra, che pur aveva resistito ad ogni mezzo tentato, immediatamente si spezzò, metà rimanendo a sostenere l’Immagine, metà cadendo nelle mani dell’architetto così a buon punto che l’arte non avrebbe potuto fare meglio. Dire la commozione dei presenti, i loro inni di gloria, di ringraziamento, è impossibile; sentirono tutti il bisogno nella notte stessa di cantare le litanie della Vergine ed altri inni di grazie.

Al mattino seguente fu pesata la parte di pietra staccatasi e trovata di sessantanove libbre e mezzo. A ricordo dell’accaduto i presenti stesero un minuta relazione e la pietra fu sospesa ad un pilastro del Santuario, dove ancor oggi si vede, quantunque scemata molto di volume perché i fedeli ne presero spesso dei pezzetti per devozione”.

Il quarto miracolo: l’apparizione delle stelle

Un quarto evento prodigioso avvenne il 25 marzo 1675.

In quella notte, la Vergine Maria da noi amata e venerata col titolo dell’Arco si manifestava ancora una volta all’umanità̀ in questa piccola contrada all’ombra del Vesuvio. La Mamma dell’Arco richiamava a sé il cuore di tanti devoti i quali, in quel giorno, poterono vedere il suo volto illuminato da stelle.

Così ne scrive padre Ludovico Ayrola: “È l’ora del tramonto del 25 marzo 1675, un religioso del convento piamente pregava dinanzi all’altare di Maria, quando alzando gli occhi verso l’Immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere un color d’oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Teme una allucinazione e chiamato il sacrestano senza prevenirlo, l’invita a guardare l’Immagine. L’interrogato colmo di meraviglia, conferma le luci e le stelle, e corre a chiamare il Priore, in quel tempo il padre Giuseppe Rosella. Questi si fa accompagnare da altri due frati all’altare della Vergine, che confermano l’evento. Il padre priore a tutti i religiosi presenti impose, sotto forma di precetto di obbedienza, di non parlare ad alcuno di quanto avevano visto, affinché nessuno possa essere suggestionato ed il miracolo si sveli da sé.

Alle prime luci dell’alba, il vescovo di Nola, monsignor Filippo Cesarino, è nel Santuario a visitare la Sacra Immagine. Osserva lungamente le stelle, e non approvando il silenzio dei padri sul prodigio ordina di divulgare la notizia e di non porre ostacoli alla gioia ed al fervore dei fedeli. Ritornato a Nola, comanda che per tutta la diocesi s’istituiscano pubbliche processioni di ringraziamento.
Il Viceré del tempo, Antonio Alvarez Marchese D’Astorga, accorre anche lui al Santuario, e confermando simile ordine del Vescovo di Nola, comanda che per mano di pubblico notaio venga redatto documento dell’accaduto, da inviare poi al Re di Spagna, assieme a riproduzione dipinta del miracolo. Dopo il Viceré vennero e constatarono il prodigio l’Arcivescovo Cardinale Orsini (più tardi papa Benedetto XIII), l’inquisitore, i Consultori del Santo Uffizio.

Il 26 aprile, dopo un mese dall’apparizione delle stelle, il notaio Carlo Scalpato da Nola, richiesto dal Priore del convento, redasse l’atto in presenza e con la testimonianza di moltissime persone autorevoli, religiose e civili, tra le quali troviamo il Nunzio della Santa Sede presso il Regno di Napoli sua eccellenza Marco Vicentino, Vescovo di Foligno; il Vescovo di Nola Filippo Cesarino; il Vicario Generale della Diocesi, Giovanbattista Fallecchia; il Duca D. Fabrizio Capece Piscicelli del Sedil Capuano e suo fratello Girolamo; don Nicola Capecelatro; il residente del Duca di Toscana presso la Corte di Napoli. D. Santolo di Maria, ed il giudice del luogo dottor Onofrio Portelli”.

A testimonianza di quel prodigioso evento, oggi ad abbellire l’immagine della Madonna sono state poste dodici stelle sul vetro che ne regge le corone.

Le eruzioni del Vesuvio

Le eruzioni del Vesuvio avvenute negli anni 1631, 1660, 1676, 1872, 1906 interessarono da vicino anche la vita del Santuario.

Alle prime luci dell’alba del 15 dicembre 1631 il Vesuvio apparve sormontato da una grande colonna di fumo. Fu un’eruzione esplosiva sub pliniana con caduta di frammenti piroclastici che colpirono Barra, San Sebastiano, Leucopetra, Portici, Resina, Torre del Greco. Colate di fango colpirono San Paolo Belsito, Pomigliano, Mariglianella. L’eruzione cominciò con l’apertura di una frattura nel fianco sudoccidentale del vulcano e la formazione di una colonna eruttiva alta circa 15 chilometri da cui ricaddero pomici ricche di leucite e mica, con abbondanti litici calcarei. Furono emessi 500 milioni di metri cubi di materiale juvenile che distrusse case ed aree coltivate, sconvolgendo interamente il paesaggio e provocando più di 6000 vittime.

Circa 3000 persone furono accolte ed amorevolmente assistite dai frati domenicani all’interno del Santuario e del Convento. Nonostante i terremoti, la caduta di piogge torrenziali, le ceneri e i lapilli che infransero tutti i vetri del Santuario, il finestrone centrale dove vi è dipinta l’immagine della Madonna rimase indenne. La lava deviò il suo percorso salvando sia la città di Sant’Anastasia che le campagne circostanti, mentre i vicini paesi si videro molto danneggiati. Il popolo attribuì l’avvenimento alla protezione della Madonna dell’Arco e a perenne ricordo fu collocata nella parte posteriore dell’immagine una lapide in marmo nero con inciso a lettere color oro il seguente testo:
L’anno 1450, essendo stata scagliata una palla contro l’Immagine della Vergine Madre di Dio, sul volto di quella apparve una lividura. L’empio in modo meraviglioso intirizzì, e tosto sospeso ad un albero disgraziato, pagò la pena. Dopo novant’anni essendo stato rinnovato un delitto contro la stessa Immagine, si rinnovò anche il castigo contro la donna che bestemmiava ed esacrava, alla quale, super naturalmente staccati, caddero i piedi dalle gambe. Di poi, essendo stati veduti miracoli salutari, l’anno trentesimo primo del secolo decimosesto, in quell’ultima funesta conflagrazione del vicino Vesuvio, lungi dal tempio ripieno di uomini e dal campo ripieno d’animali, si mantennero le fiamme voraci, e per altrove si diresse l’impetuoso torrente di fiamme, i Frati Domenicani alla benefica Madre posero, l’anno della salute 1632 l’8 settembre. Per tutti i popoli infine qui da ogni luogo accorrenti, l’altare già eretto alla sacra immagine sfolgorante per miracoli, che fosse consacrato dall’Ill.mo e Rev.mo Signore Don Francesco Carafa Vescovo Nolano, in perenne monumento di devozione e di gratitudine, gli stessi Frati curarono l’anno 1721, il dì 11 maggio”.

Oggi quella lapide nella parte bassa si vede molto consumata, perché i fedeli sono soliti strofinarvi un fazzoletto, appoggiarvi la fronte o strofinarvi le mani. È un modo questo molto comune tra i fedeli per invocare e chiedere l’aiuto della Madonna, poiché è questa la parte del muro più vicina all’immagine che i fedeli oggi possono toccare.

 

Durante l’eruzione mista del 2 luglio 1660, con attività esplosiva ed effusiva e l’emissione di cenere nera, molti si rifugiarono presso il Santuario e il Convento, sostenuti e assistiti dai frati domenicani. Finito il flagello dell’eruzione, il Viceré si recò al Santuario e per devozione volle una copia della prodigiosa immagine della Vergine.

 

Verso la fine del 1676, il Vesuvio ebbe una nuova fase eruttiva, che riempì di spavento i cuori e gli animi degli abitanti delle terre circostanti. I frati domenicani si premurarono di andare missionari in tutti i paesi circostanti interessati dall’evento per portare a tutti la benedizione di Maria. Essi furono forniti di ampie facoltà da parte del Vescovo di Nola, monsignor Filippo Cesarini, e dal cardinale Innico Caracciolo, arcivescovo di Napoli, per poter predicare, confessare e assolvere i fedeli.

 

Riportiamo di seguito la testimonianza del padre Antonio Giuseppe Morisani, rettore del Santuario fino al 1919, riguardo alle due eruzioni del Vesuvio del 1872 e del 1906:

Ma noi che scriviamo, perché fummo testimoni oculari non possiamo lasciare senza un accenno speciale i benefici segnalati che la Madonna dell’Arco largì a quanti ricorsero a Lei nelle due terribili eruzioni Vesuviane dei tempi nostri…

Quando il vulcano si destò furibondo nel 1872 corsero tutti a trovare scampo nel Santuario. Alla Madonna dell’Arco innalzarono voti e preghiere le turbe spaventate di questa e delle vicine contrade. L’ignea lava corse tra i due paeselli di Massa e San Sebastiano, devastando le case dei due confini, e le adiacenti campagne. Il territorio dove sorge il Santuario fu rispettato, la casa della Madonna non fu toccata, non soffrirono danno alcuno quelli che qui ripararono.

Più terribile fu la eruzione avvenuta trentaquattro anni dopo, cioè nell’aprile del 1906. Era suonata da due ore la mezzanotte del sabato, che precede la Domenica delle Palme, caduta in quell’anno all’8 aprile, quando si sentì un terribile rombo, e la terra si scosse come per subito terremoto. Balzarono tutti dal letto e corsero sulla via gli spaventati cittadini, e crebbe la desolazione e lo spavento allo spettacolo che si parò loro innanzi.

Il cielo era diventato di fuoco, correvano per l’aria stridendo le saette, piovevano il lapillo infuocato e la cenere rovente, tratto tratto si sentiva la caduta dei sassi ferrei ed infuocati, pareva venuto per tutti l’ultima ora. La turba spaventata dei cittadini si affrettò correndo alla casa della Madonna dell’Arco: la storia diventata popolare ispirava fiducia: quelli la ricordarono. Aprite! Aprite! – gridavano – qui non si muore, qui è sicura la nostra salvezza!

Fu forza ubbidire: si spalancarono le porte del Santuario e migliaia di cittadini si strinsero intorno alla cappella della Vergine, come timidi fanciulli, nell’ora del pericolo, si stringono intorno alla madre.

La tempesta vesuviana durò più giorni, ed ai narrati fenomeni si aggiunsero le tenebre fitte, si aggiunsero sprigionamenti di gassi asfissianti, mortiferi. Ed anche in questa occasione fu chiaro, fu pieno il patrocinio della Vergine nostra dell’Arco. Lontano qualche chilometro a diritta ed a sinistra del Santuario la rovina, questa striscia di terra, dove si erge la casa della Madonna, rimase incolume. Ad oriente tre paesi fracassati: Somma, Ottaiano, San Giuseppe; ad occidente tre paesi coperti da lave di fango: San Sebastiano, Pollena, Trocchia; qui nulla. Salvo un poco di cenere nessuna ruina, persino le adiacenti campagne conservarono in parte il loro verde. Nel tenebrìo fittissimo, che avvolse ogni cosa d’intorno nel Lunedì in Albis, giorno della festa della Vergine, si notò un cerchio di luce sulla cupola del Santuario, e si pianse di meraviglia e di gioia”.

L’olio della lampada votiva

Fin da subito, dopo il sanguinamento della guancia colpita dalla palla di legno nel 1450, innanzi alla venerata immagine della Madonna i fedeli lasciavano ardere ceri e lampade ad olio. Questo segno di devozione e di speranza continuò nel tempo, sia quando venne costruita la primitiva cappella posta a riparo dell’immagine che nel nuovo Santuario: sempre furono poste delle lampade votive per illuminare notte e giorno la venerata immagine della Madonna. Lampade che venivano alimentate dall’olio donato dai fedeli.

 

Nel 1656, a Milano, scoppiò la rivolta contro gli occupanti spagnoli insieme all’epidemia della peste che ben presto si diffuse in tutta l’Italia, arrivando anche nelle provincie meridionali del Regno. Nel 1656 la peste raggiunse la città e la provincia di Napoli, facendovi oltre centomila vittime su una popolazione di trecentocinquantamila abitanti. Anche in questa occasione molti fedeli cercarono salvezza presso il Santuario rivolgendosi alla Vergine dell’Arco. I fedeli che avevano contratto il male cercavano sollievo e guarigione ungendosi le ferite con l’olio delle lampade che ardevano davanti all’immagine della Madonna.

Tra i tanti salvati ricordiamo Onofrio Santolino di Barra il quale, vistosi assalito dal male, si recò presso il Santuario e prostratosi davanti all’immagine della Madonna, con grande fede e devozione, unse con l’olio i bubboni provocati dalla peste, e guarì del tutto.

Anche il Conte di Massarenco, figlio del Residente di Parma, che si era rifugiato a Somma per evitare il contagio, fu colpito dal male e con fede si unse con l’olio delle lampade. Guarito, si recò a piedi scalzi al Santuario per ringraziare la Vergine santa dell’Arco e manifestare la sua gratitudine.

 

Ancora oggi davanti alla venerata immagine della Madonna, arde notte e giorno una lampada databile intorno ai primi anni del 1700, di fattura siciliana, mirabilmente cesellata, in cui viene versato periodicamente l’olio che ancora oggi i fedeli continuano ad offrire alla Madonna.

Essa viene spenta solo alcuni giorni prima del 18 aprile, giorno in cui, essendo memoria liturgica della Beata Vergine Maria venerata con il titolo dell’Arco, il Rettore del Santuario la riaccende in modo solenne. È tradizione ormai che in questa occasione ad offrire l’olio sia una rappresentanza di persone per la quale il Santuario si impegna a pregare durante tutto l’anno a venire, particolarmente nei mesi di maggio e ottobre, mesi dedicati alla devozione della santa Vergine.